incesto
Carne ardente
Angel1965
26.03.2026 |
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"—Porca puttana— imprecò, e
premette il pollice contro l’anello di muscoli, sentendolo cedere, aprirsi, inghiottirlo fino alla nocca..."
Carne ArdenteIn una villa afosa di Rio, Angelo, travolto
dal desiderio per la nipote Nicole, cede alla
tentazione. Il caldo opprimente e i corpi
sudati alimentano una passione proibita,
mentre il confine tra zio e amante si
dissolve in un atto di resa carnale.
Il sole di dicembre in Brasile non aveva pietà. Ardeva sulla pelle come una lama rovente, trasformando l’umidità
dell’aria in una cappa soffocante che si appiccicava ai corpi. La villa di famiglia, un casolare coloniale ristrutturato
con legni scuri e pareti bianche, sorgeva su una collina sopra Rio, circondata da palme e bougainvillea che
sembravano infiammate dalla luce. Le finestre erano spalancate, ma non bastavano a smuovere l’aria stagnante.
Dentro, l’odore del caffè appena macinato si mescolava a quello dolciastro dei frutti tropicali lasciati sul tavolo
della cucina, troppo maturi, troppo ricchi—come tutto, in quel posto.
Angelo si asciugò il sudore dalla nuca con un fazzoletto di lino, le dita che tremavano appena. Aveva
cinquantasette anni, ma il corpo li portava bene: spalle larghe, addome ancora piatto sotto la camicia di lino
sbottonata, i peli grigi sul petto che si arricciavano con l’umidità. Era abituato al clima italiano, a inverni che
mordevano le ossa, non a quel caldo che ti entrava nelle vene e ti faceva sentire ogni battito del sangue sotto la
pelle. Si versò un altro bicchiere di caipirinha—il terzo, o forse il quarto—e sentì il liquore bruciare lungo la gola,
un fuoco che non riusciva a distrarlo da ciò che aveva davanti.
Nicole era distesa sul divano di vimini, a pancia in giù, le gambe nude e abbronzate penzoloni dal bordo, i piedi
che dondolavano pigri. Indossava un pareo annodato con noncuranza sopra il seno, ma il tessuto sottile si era
spostato, lasciando scoperta la schiena fino alla curva dei fianchi. Il culo—Dio, quel culo—era una maledizione
vivente. Tondo come due mezzle di melone maturo, sodo al punto che Angelo poteva immaginare il rimbalzo
delle dita se l’avesse schiaffeggiato, la pelle liscia e dorata che luccicava di olio solare e di quel sudore che le
scendeva lungo la scanalatura tra le natiche. Non portava il costume sotto. Lo sapeva. Lo aveva visto quando si
era chinata a raccogliere la borsa dal pavimento, il pareo che si era sollevato appena, rivelando l’ombra scura tra
le cosce, il buio umido di una fessura che sembrava respirare.
—Zio, mi passi la crema?— chiese lei, senza girare la testa, la voce assonnata e un po’ roca, come se avesse
passato la notte a urlare invece che a dormire.
Angelo sentì le dita stringersi attorno al bicchiere. Il ghiaccio scricchiolò. —Dove?—
—Lì, sul tavolino.— Un dito snello, le unghie laccate di rosso scuro, indicò la bottiglietta di plastica trasparente
vicino alla sua mano. —Non arrivo.
Lui esitò. Ogni movimento era un rischio. Se si fosse alzato, avrebbe dovuto passarle accanto, e l’odore di
lei—cocco, sale, quel profumo dolce e muschiato che si attaccava alla gola—l’avrebbe soffocato. Se fosse
rimasto seduto, avrebbe dovuto allungarsi, e il suo corpo, traditore, avrebbe potuto tradirlo in modi che non
poteva nascondere. Alla fine, si chinò in avanti, le ginocchia che scricchiolavano, e afferrò la crema. Le dita
sfiorarono per sbaglio il tavolino di bambù, e il legno caldo gli ricordò la temperatura della sua pelle.
Quando gliela porse, Nicole si sollevò sui gomiti, il pareo che scivolò ancora di più, lasciando intravedere il solco
tra le natiche, profondo e ombroso, come se fosse stato scolpito apposta per attirare lo sguardo. Prese la
bottiglietta, ma invece di girarsi, rimase così, in equilibrio precario, il seno schiacciato contro il cuscino, i
capezzoli duri che premevano contro il tessuto. —Me la spalmi tu?— chiese, e nella sua voce c’era qualcosa che
non era solo una domanda. Una sfida. Un invito.
Angelo deglutì. Il sudore gli colava lungo la schiena. —Non credo sia una buona idea.—
—Perché no?— Lei si mosse appena, un ondeggiamento del bacino che fece contrarre i muscoli del culo, la
carne che tremolò come gelatina. —Sono sicura che sai come si fa.
Lui sapeva. Dio, se lo sapeva. Aveva passato gli ultimi tre giorni a fingere di non guardarla, a distogliere gli occhi
ogni volta che si chinava, che si allungava, che si strofinava la crema sulle gambe con movimenti lenti, circolari,
come se stesse accarezzando qualcosa di molto più intimo. Ma ora era lì, a meno di un metro da lui, e l’aria
sembrava elettrica, carica di qualcosa che non era solo il caldo.
—Nicole…— Il suo nome sulla sua lingua era una preghiera e una condanna.
Lei rise, un suono basso e gutturale, e si girò finalmente, mettendosi carponi sul divano. Il pareo scivolò del
tutto, lasciandola nuda davanti a lui, il seno pesante che oscillava, i capezzoli scuri e turgidi, la pancia piatta che
si increspava a ogni respiro. Ma erano i suoi occhi che lo inchiodarono: verdi, con le pupille dilatate, lo sguardo
fisso sul suo inguine, come se potesse vedere attraverso il lino della camicia, attraverso la stoffa dei pantaloni,
fino alla carne dura che pulsava sotto.
—Allora?— chiese, e si morse il labbro inferiore, i denti bianchi che affondavano nella carne rosa. —O hai paura
di non riuscire a controllarti?
Angelo sentì il sangue defluire dalla testa. Il mondo si restrinse a quel corpo, a quella bocca, a quel culo che
sembrava aprirsi da solo, come un fiore carnivoro in attesa di essere riempito. —Cazzo, Nicole— ringhiò, e il
suono della sua voce, roco e rotto, sembrò spezzare l’ultimo filtro di razionalità.
Lei sorrise, trionfante, e si voltò di nuovo, offrendogli la schiena, il culo alto e aperto, le cosce appena divaricate
abbastanza da fargli vedere il buio umido tra loro, il luccichio di umori che non erano solo sudore. —Allora
fallo— sussurrò, e si abbassò sui gomiti, inarcando la schiena, presentandoglielo come un’offerta. —Sai che lo
voglio. Lo voglio da quando sono arrivata.
Angelo non ricordava di essersi mosso. Ma all’improvviso era in piedi, le mani che tremavano mentre
affondavano nella carne del suo culo, le dita che si sprofondavano nei solchi, sentendo il calore, l’elasticità, la
vita sotto la pelle. —Sei una poco di buona— ansimò, e strinse, facendo gemere lei, un suono strozzato che si
trasformò in un risolino quando lui le diede uno schiaffo, non troppo forte, ma abbastanza da farle oscillare le
natiche, abbastanza da farle uscire un altro gemito, questa volta di desiderio.
—Di più— chiese lei, e si dimenò contro le sue mani, come una gatta in calore. —Voglio sentirti. Voglio che mi
apra.
Lui non aveva più scuse. Non aveva più ragioni. Le dita scivolarono giù, lungo la scanalatura, e quando toccarono
il suo buco, era già bagnato, caldo, che pulsava come una bocca affamata. —Porca puttana— imprecò, e
premette il pollice contro l’anello di muscoli, sentendolo cedere, aprirsi, inghiottirlo fino alla nocca. Nicole
ansimò, le dita che si aggrappavano al cuscino, le unghie che lo strappavano.
—Sì— sibilò. —Così. Più dentro.
Angelo non poteva resistere. Non voleva. Con un gemito animale, si slacciò i pantaloni, liberando il cazzo, duro
come il legno, la punta già lucida di pre-sperma. Lo strofinò contro di lei, lungo la fessura, spalmando il suo
umore sul suo buco, sentendola tremare, sentendola spingere indietro, cercandolo. —Sei sicura?— chiese,
anche se sapeva già la risposta.
Lei rise, un suono oscuro e rotto. —Sfondami, zio. Voglio sentirti nelle palle ogni volta che cammino.
E lui lo fece.
Con un colpo secco dei fianchi, la punta del suo cazzo forzò l’ingresso, sentendo la resistenza cedere, i muscoli
che si allargavano per accoglierlo, caldi e stretti come una morsa. Nicole urlò, ma non era dolore—era trionfo,
era fame, era il suono di una donna che finalmente otteneva ciò che voleva da troppo tempo. —Cazzo— ansimò
lui, affondando fino in fondo, le palle che sbattettero contro di lei, il culo che tremava sotto le sue mani. —Sei…
sei così stretta.
—Muoviti— ordinò lei, e lui obbedì.
I primi colpi furono lenti, profondi, come se volesse assaporare ogni centimetro di lei, ogni gemito che le usciva
dalla gola. Ma poi il ritmo aumentò, i fianchi che iniziavano a sbattere contro di lei con forza, il suono umido della
carne che si scontrava, il divano che scricchiolava sotto di loro. Nicole si spingeva indietro ad ogni colpo,
prendendolo tutto, il culo che rimbalzava, le tette che oscillavano, i capelli che si appiccicavano alla schiena
sudata.
—Più forte— supplicò, e lui le afferrò i fianchi, le dita che si conficcavano nella carne, lasciandole dei segni rossi
che sapevano già che sarebbero diventati lividi. —Voglio sentirti domani. Voglio camminare e sentire che sono
tua.
Angelo non rispose. Non poteva. Era troppo occupato a scolare dentro di lei, il cazzo che pulsava, le palle che si
stringevano, il sudore che gli colava negli occhi. Quando venne, fu con un ruggito, le dita che si aggrappavano a
lei come a un salvagente, il sperma che le riempiva in onde calde e spesse, sentendola contrarsi intorno a lui,
milkandolo fino all’ultima goccia.
Quando finalmente si ritirò, lei rimase lì, a quattro zampe, il culo ancora alto, il buco leggermente aperto, un
rivolo bianco che iniziò a scenderle lungo la coscia. Si voltò a guardarlo, gli occhi lucidi, le labbra gonfie, e sorrise.
—Ora— disse, con voce rauca— possiamo finalmente goderci il Natale.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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